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Alpinfoto – Mirko Sotgiu fotografo professionista – articoli fotografici e non

8 marzo 2010

Un servizio nella bufera

Un breve sunto di un servizio realizzato totalmente nella tormenta e uscito su Bell’Europa di Novembre 2009
Capita ahimè a volte di partire per un servizio e di non trovare le condizioni sperate.


Sono tornato ieri da 5 giorni nella foresta Bavarese senza aver mai visto il sole.

La Bayerischer Wald è uno dei luoghi dove normalmente svolgo i corsi Photofarm data la possibilità di fotografare gli animali da molto vicino. Non ci sono però solo animali in queste valli a confine con la Repubblica Ceca, i paesaggi incantevoli e fiabeschi sono un contorno ideale per una vacanza in tutta tranquillità nella foresta, magari in un’incantevole hutte a bere la birra del posto.

Nonostante il maltempo non sono mancate le occasioni per realizzare ottimi scatti sognanti, fra le nebbie e la nevicata. Le temperature non erano eccessivamente fredde (-2°C) il vento era fastidioso, ma coprendosi bene e con dei buoni scarponi da alpinismo (stile Himalaya) si riesce a viaggiare senza problemi.
Alla fine il servizio è stato pubblicato e ho ricevuto un discreto feedback, questo è andato ad alimentare ulteriormente la mia convinzione che non occorre a tutti i costi il bel tempo per portare “a casa” belle e affascinanti immagini di viaggio e reportage, spesso le condizioni estreme sono un motivo in più per rimanere attratti e curiosi.

Al prossimo viaggio.

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9 ottobre 2009

Zlatorog, il camoscio dalle corna d’oro

Questo racconto é nato nel cuore delle Alpi Giulie. Parla dei giardini meravigliosi della vallata dei laghi di Triglav ma é impossibile situarlo nel tempo. E cosi é eterno! Trasmette un messaggio inquietante descrivendo le consequenze nefaste che può avere l’azione dell’uomo sulla natura quando quest’ultimo oltrepassa le frontiere della ragione, sconvolge senza alcuno scrupolo l’equilibrio naturale e raccoglie i frutti indifesi a suo unico scopo personale. Come punizione esso deve morire, le altre cose della natura si rimettono lentamente e continuano a vivere.

La vallata dei laghi e la vasta pianura dell’alta montagna di Komna erano una volta dei paradisi alpini. Delle donne bianche l’abitavano, degli esseri dolci e buoni. Esse apparivano anche nella vallata, aiutando le genti nella miseria e le donne nel parto. Il bambino che veniva al mondo in loro presenza, restava sotto la loro protezione per tutta la vita. Esse non desideravano essere ringraziate per le loro buone azioni. Se, per errore o per arroganza, qualcuno si avvicinava al loro territorio, frane di pietre e di neve, temporali e grandine l’obbligavano ben presto a ritornare nella vallata. Le loro greggi passavano attraverso le montagne sotto il controllo di un grande stambecco bianco dalle corna d’oro – Zlatorog. Le sue corna erano la chiave per arrivare ad un immenso tesoro nascosto. Un giovane cacciatore della vallata di Trenta crebbe sotto la protezione delle donne bianche. Poteva salire nelle più alte cime senza avere timore di niente. Un giorno, portò un mazzo di fiori di montagna ad una giovane molto bella della vallata e conquistò il suo amore. Ma un altro giorno, un ricco mercante veneziano domandò la giovane in sposa, le offri dei gioielli in oro e dichiarò che, se il giovane cacciatore l’amava veramente, avrebbe dovuto portargli il tesoro di Zlatorog. La giovane donna da quel momento non si occupò più del giovane cacciatore. Disperato e offeso, si mise in cammino la notte stessa per trovare Zlatorog. All’alba, lo vide in cima ad una roccia, gli sparò ma dimenticando le forze magiche di Zlatorog. Dei fiori miracolosi del Triglav spuntarono dal sangue dell’animale colpito a morte. Zlatorog, morendo, ne mangiò uno che gli diede nello stesso istante una grande forza vitale. Si precipitò verso il cacciatore che, spaventato e accecato dallo splendore delle corna d’oro, cadde in un burrone. Il fiume Soča riportò il suo corpo nella vallata.
Nelle sue mani teneva un mazzo di fiori del Triglav. Nella sua santa collera, Zlatorog distrusse il suo paradiso montagnoso e sparì per sempre. Anche le donne bianche partirono con lui. Il suo tesoro é rimasto nacosto sotto le montagne di Triglav. Il fiore miracoloso, la tutt’ora d’estate tinge di rosso pallido la montagna ed è un simbolo delle Alpi Giulie.

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2 ottobre 2009

La vita nella foresta

Inestimabile patrimonio naturale e risorsa economica fondamentale, la foresta è stata per lungo tempo sfruttata senza regole come fosse una riserva inesauribile. Oggi la sua conservazione e l’incremento della biodiversità sono i criteri che guidano l’azione di sensibilizzazione per un utilizzo più consapevole. Nelle immagini della fine dell’ottocento i boschi in molte zone montane erano quasi assenti, poiché il legname era largamente usato come combustibile e come materiale da costruzione.
Per porre rimedio alla preoccupante diminuzione del legno, venne formulato il principio della “persistenza”, ovvero la possibilità di prelevare il legname non doveva pregiudicare la produttività e l’incremento del bosco per le generazioni future. Questo principio viene attuato ancora oggi, grazie al personale del servizio forestale, nelle aree di uso comune e demaniali. Anche le aree private vengono controllate, infatti i proprietari sono tenuti, durante le sessioni di taglio, ad abbattere solo i tronchi segnati con la “martellata” dal corpo forestale.

Capolista delle aree boschive gestite è la foresta demaniale di Paneveggio. Qui l’ecosistema forestale è in perfetto equilibrio nonostante si producano 100 mila metri cubi di legname l’anno, un caso unico in Italia. Nella stessa area sono state istituite alcune riserve integrali, aree in cui il bosco non viene in alcun modo modificato e anche gli alberi caduti vengono lasciati dove sono. Grazie a questi interventi e all’istituzione di aree protette, come le riserve integrali e i parchi regionali e nazionali, l’estensione del patrimonio forestale italiano è andata aumentando. Ciò nonostante le zone di bosco vergine si trovano oramai solo in luoghi inaccessibili, come su cenge o ripidi pendii, ed esistono ancora parecchi casi di deforestazione selvaggia sia per la produzione di legname che per la costruzione. Inoltre, nelle aree montane a causa dell’incremento delle strutture turistiche, quali impianti sciistici e strade, i boschi hanno subito gravi ferite.

Spesso le persone dimenticano che una foresta ben conservata non è utile solo all’uomo, ma è un ambiente dove molteplici animali si rifugiano e diversi organismi, come muschi, licheni e muffe, trovano le condizioni ideali per svilupparsi. Tutte le forme di vita del bosco costituiscono anelli di una catena chiamata ecosistema boschivo, nel quale ognuno ha un ruolo fondamentale e contribuisce al mantenimento di un delicato equilibrio tra produzione di materia organica e decomposizione essenze arboree prevalenti influenzano l’aspetto del sottobosco e il tipo di vegetazione che vi cresce. L’effetto acidificante degli aghi fa si che crescano nelle abetaie le specie ossifile come l’uva ursina, il mirtillo e l’acetosella. Nei boschi di latifoglie ogni autunno si depositano migliaia di foglie che diventano nutrimento per funghi, insetti e microrganismi che le trasformano in fertile humus.

E’ proprio su questo tipo di terreno che a primavera fiorisce nelle faggete l’anemone epatica, sfruttando la luce che riesce a filtrare tra i rami.Le varie specie vegetali che possiamo trovare nel sottobosco dipendono anche dalla tipologia del terreno: acido, alcalino, bagnato o siccitoso. Il microcosmo dei licheni, dei muschi e dei funghi, occupa le zone umide e ombrose. In particolare i muschi fungono da spugne che trattengono l’acqua e le impediscono di defluire rapidamente, mantenendo più a lungo l’umidità nel suolo. In questo strato del bosco ha inizio la decomposizione del materiale organico, grazie agli organismi decompositori come le larve e i silfidi, che divorano i resti animali e vegetali. A questi si aggiungono i funghi e i batteri che ultimano il loro lavoro scomponendo la biomassa in sostanza chimiche inorganiche, essenziali per il nutrimento del bosco stesso. Senza la loro fondamentale attività il bosco in poco tempo soffocherebbe nei suoi rifiuti.Ma non è solo l’uomo ad abbattere gli alberi, anche degli insetti possono danneggiare il bosco, come la processionaria, che defolia i pini, e il bostrico (Ips typographus) che è in grado di distruggere intere piante, scavando intricate gallerie sotto corteccia proprio dove passano i vasi linfatici.

Per fortuna il bosco si autoregola, infatti ci sono uccelli a servizio degli alberi come picchi, cincie, fringuelli, che si nutrono di queste larve e insetti dannosi. Il bosco si mantiene in vita, oltre che con l’acqua e le sostanze nutritive del terreno, grazie alla luce.Il processo di fotosintesi si attiva grazie alla presenza della clorofilla che cattura attraverso le foglie l’energia dal sole, trasformando anidride carbonica e acqua in composti organici. Non c’è da stupirsi quindi se un albero può arrivare a sviluppare oltre 1000 metri quadrati di superficie fogliare. Questo processo fa si che la foresta sia al vertice della catena alimentare, e fa si che sopravvivano tutti gli altri organismi della nostra Terra.

Grazie alla fotosintesi clorofilliana un’area di un ettaro di bosco arriva a produrre ventidue tonnellate di ossigeno l’anno fissandone la metà di anidride carbonica, principale responsabile dell’effetto serra. Un ettaro di bosco utilizza l’anidride carbonica prodotta da otto automobili in un anno. Ma non solo, un albero è in grado di assorbire molti altri residui prodotti dall’uomo, come l’anidride solforosa dei gas di scarico dei mezzi a motore. In questi anni gli studiosi del CNR e del Centro di ecologia alpina hanno proposto, seguendo l’applicazione del protocollo di Kyoto, la determinazione del valore economico del bosco come “polmone d’aria”. In un futuro prossimo un’azienda potrà rilevare foreste e pascoli, in modo da detrarre dalle tasse (la carbon tax) un valore proporzionale all’anidride carbonica assorbita dai propri boschi.
Gli alberi sono quindi un vero toccasana per l’uomo, e la migliore soluzione per ammirare e godere dei boschi è camminare lungo i numerosi itinerari dei parchi forestali. La stagione migliore è la primavera, da marzo a giugno a seconda dell’altitudine, per il verde intenso delle nuove foglie ma soprattutto per i fiori. Per chi apprezza la fotografia, invece, l’autunno offre scenari impareggiabili; nelle zone alpine a settembre è anche possibile vedere e udire il cervo in amore, impegnato nei sui bramiti.

A ottobre i colori caldi delle chiome degli alberi come il faggio e gli aghi giallo chiaro del larice contrastano con i sempreverdi abeti, creando un gioco di chiazze chiaro-scure lungo i pendii che sovrastano le vallate.Ogni mese dell’anno comunque ha le sue particolarità, e anche lo stesso posto visitato in stagioni diverse può apparire completamente mutato.

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1 ottobre 2009

Bernina e Disgrazia: Primi passi verso un nuovo parco

Si trova nel cuore delle alpi centrali, ricco di laghi e magnifiche vallate, le sue vette sfiorano i 4000 metri con la sola eccezione del pizzo Bernina che raggiunge i 4049 metri.

Saline Val Codera

Saline Val Codera

Il progetto del parco avviatosi nel 2003 comprende ambienti molto vari, Da quello lacustre di Pian di Spagna e del lago di Mezzola si passa ai boschi di faggio e abeti delle vallate, fino ai pascoli alle vette perennemente innevate della Valmasino e della Valmalenco confinanti con la Svizzera.
Nel 2004 sono arrivati i primi fondi per l’inizio degli interventi, ma il percorso intrapreso è ancora lungo. Cinque sono le aree di maggiore interesse naturalistico e di intervento del futuro parco: Pian di Spagna, Val Codera, Valle dei Ratti, Val Masino, Val di Mello, Preda Rossa. Pian di Spagna con il lago di Mezzola è già da tempo un area naturale orientata, le altre aree sono in attesa di una loro collocazione.

La Val Masino e la Val di Mello sono molto conosciute frequentatori della Valtellina. Un ambiente intergro e in alcune parti incontaminato, offre agli escursionisti molte occasioni per ascensioni in alta montagna.

Le storiche ascensioni al Pizzo Badile nel ‘900 ha reso la valle famosa in tutto il mondo degli alpinisti. La val di Mello chiamata anche la piccola Yosemite offre magniche placche granitiche che si stagliano sopra la valle, intervallate da cascate che in primavera offrono il meglio di se con il disgelo. Il fondo valle è stato modellato dal lavoro secolare dell’uomo pur mantenendosi entro i limiti di sostenibilità per l’ambiente circostante.

La particolare conformazione della Valmasino, che si apre in ampi anfiteatri, partendo da quote di 1000 metri dà luogo a forti escursioni termiche che permettono una grande varietà di vegetazione; dai faggi e abeti bianchi e rossi, ai cespugli di rododendri, alla prateria e alle più varie specie floristiche. Nonostante sia raggiungibile solo a piedi in un ora e mezza, il paese di Codera, capoluogo dell’omonima valle è abitato tutto l’anno, una rarità per le nostre alpi. La mulattiera parte dal fondovalle e permette di percorrere l’intera valle, in circa quattro ore di cammino si può così assaporare com’era la vita prima dell’automobile in un ambiente ben conservato e costellato di vette granitiche che si stagliano in cielo. Non basta una stagione per visitare tutti i piccoli villaggi che si dispeìrdono lungo la valle. Disgrazia, Scalino e Bernina, questi sono i gruppi montuosi che delimitano la Val Malenco, una fra le più conosciute e frequentate valli delle alpi Retiche. Qui l’ambiente diventa d’alta quota con montagne che svettano oltre i 3500m solcate da ampi ghiacciai.

Ghiacciaio del Pizzo Scalino

Ghiacciaio del Pizzo Scalino

Unico neo della valle è lo sfruttamento sia idroelettrico con i grandi laghi dell’alpe Gera e Campo Moro, che per gli impianti per gli sport invernali. Fortunatamente le selvagge zone d’alta quota rimangono ancora al di fuori dei caroselli sciistici. Piante rare come l’Achillea muscata e il Genepì, crescono a queste altezze nei pascoli fra pietraie e morene, dove sono finalmente tornate, marmotte, ermellini e l’aquila reale. Per l’escursionista non mancano i sentieri e i rifugi, indispensabili che per chi vuole salire in alta quota. In primavera, la Val Malenco è un paradiso per gli scialpinisti. L’attesa costituzione da anni del parco si spera possa preservare queste zone arrivate a noi ancora intatte. Periodo migliore per visitare le zone descritte, va dalla primavera all’autunno. In estate gli appassionati di alpinismo possono salire le vette del Pizzo Badile, Bernina, del Pizzo Roseg, del Pizzo Palù e del Digrazia appoggiandosi ai rifugi gestiti dal CAI. Anche in inverno le valli sono visitabili e offrono panorami mozzafiato,seguendo gli itinerari per sciescursionisti e scialpinisti.

Lago di Mezzola

Lago di Mezzola

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