27 luglio 2010
 Gran Zebrù dalla Val Cedec
Questa volta la rubrica sulle leggende alpine ci porta nel Parco Nazionale dello Stelvio, nella val Cedec e Zebrù a cospetto di una delle montagne più interessanti di tutto il gruppo Ortles-Cevedale ovvero il Gran Zebrù.Si narra che il Gran Zebrù sia in realtà una torre verso il cielo, abitato da spiriti nobili che lasciarono in terra orme mortali. Qui inizia la storia di un cavaliere, Johannes Zeburius, re delle anime gloriose (ecco perchè Gran Zebrù è citato in tedesco come Königspitze) che nel XII secolo era feudatario di Gera D’Adda innamorato della figlia del castellano del Lario, Armelinda. Il castellano nonostante le promesse di eterna fedelta di Armelinda verso il cavaliere, era fermamente contrario e non avrebbe mai concesso la mano della fanciulla.
Per dimenticare il dolore Johannes decise di partire per la Crociata in Terrasanta dove rimase per quattro anni. A suo ritorno, il valido cavaliere, pensava di trovare il padre di Armelinda più quieto e di poter finalmente abbracciarr la sua amata Armelinda. Cosi non fu, Armelinda durante la sua assenza si era data in sposa ad un castellano milanese. Johannes preso dallo sconforto e il dolore, cadde a terra, ma non morì, bensì vago per terre solitarie, fino un giorno trovarsi in una valle lontana dagli uomini e la loro malvagità, quella valle era la Val Zebrù. Li il cavaliere rimase trent’anni e un giorno, pregando in totale solitudine, fino a diventare vecchio, unico suo cruccio era quello di non morire in balia degli eventi atmosferici e degli animali. Costruì così una complessa macchina fatta di tronchi di legno, quando arrivò la sua ora, si lascio cadere sui tronchi attivando il congegno che fece calare un enorme sasso bianco su cui erano incise la parole “Joan” e “Zebrù″ (Johannes Zebrurius).
La tomba del cavaliere la si vede ancora dalla Baita del Pastore, basta rivolgere lo sguardo verso la parte finale del ghiacciaio della Miniera. L’anima del cavaliere invece volò dall’altra parte della valle fino al Gran Zebrù, che per segreta natura celava già una sonanza celtica “Spirito buono” e “fortificazione”. Infatti la rocca degli spiriti buoni accetto l’anima del cavaliere che sopporto tutti quegli anni senza vendicarsi contro chi gli aveva portato cosi tanto dolore.
Ancora oggi si possono visitare queste zone, ancora integre e lontane dal “rumore” umano. Le vette e i ghiacciai sono la forza delle valli dello Stelvio, ricche di acque, di flora e di animali. Meta dei trekking più belli del Gruppo Ortles-Cevedale, sono ideale meta anche per i fotografi che amano la fotografia naturalistica.
La Val Zebrù e Cedec saranno meta del prossim trekking fotografico.
15 giugno 2010
“Sella è ancora ricordato come forse il più grande fotografo di montagna di tutti i tempi. Il suo nome è sinonimo di perfezione tecnica e raffinatezza estetica. ”
Cosi Jim Curran scrisse di Vittorio Sella, non si può che concordare. Nelle immagini di Sella troviamo quella rara raffinatezza che all’epoca e ancora oggi manca in molti fotografi, specie quelli di paesaggio. Non tutti si rendono conto quanto sia difficile e complicato rendere magnifico un paesaggio di montagna in una fotografia. Rendere l’idea, la grandezza delle pareti, l’impeto dei fiumi e l’immenso dei ghiacciai è un lavoro tutt’altro che semplice quando si tratta di portare queste emozioni a chi in montagna non c’è mai stato.
Vittorio Sella nella semplicità e perfezione delle sue immagini riusciva a portare il “lettore” dentro la scena, facendogli vivere quei momenti storici dell’alpinismo a cavallo fra il 1800 e il 1900.
Sella nacque a Biella nel 1859, ereditò la passione per il mondo verticale dallo zio Quintino fondatore del Club Alpino Italiano (CAI). La sua passione era tale da permettergli ascensioni di tutto rispetto per l’epoca come le prime invernali al Cervino e Monte Rosa. Furono notevoli le spedizioni all’estero sul Caucaso, in Alaska e il Ruwenzori in Uganda. Nel 1909 partecipò alla spedizione sul K2 di Luigi Amedeo Savoia Duca degli Abruzzi.
La qualità fotografica delle stampe di Vittorio Sella è giunta a noi ancora integra e in buono stato. Oggi l’archivio è conservato dalla fondazione Sella a Biella, perlopiù costituito da lastre 30×40 pesanti e fragili, tanto che Sella si inventò uno zaino apposito per il trasporto in alta quota e in luoghi remoti. Le immagini di Vittorio Sella ebbero una discreta diffusione arrivando fino negli Stati Uniti dove Ansel Adams durante una mostra presso il Sierra Club definì l’operato del fotografo di montagna italiano “sublime; un senso di meraviglia di tipo religioso”.
 Il K2 visto da Vittorio Sella
Ancora oggi le opere di Sella sono una guida per chi fotografa il paesaggio montano, lui stesso progressivamente passò da una fotografia di tipo didascalico e scientifico ad una più “emozionale”, cogliendo le più lievi sfumature di luce in condizioni atmosferiche particolari. Dalle sue immagini si coglie un evidente segno prospettico con linee dominanti che rendono il paesaggio immortalato grandioso. Fotografie che sembrano quadri di pittore per la cura che si nota nei dettagli, non solo un’immagine fisica, ma anche una onirica e morale, che porta l’uomo ad un elevazione spirituale grazie al suo incontro con la montagna. Un viaggio interiore che racconta della forza della natura, dell’immensità dei paesaggi remoti, l’uomo non è altro che spettatore, talvolta in disparte a cospetto di questo difficile mondo verticale.
Vittorio Sella rimase attivo fino a tarda età sia come fotografo che alpinista (l’ultima ascensione impegnativa all’età di 70 anni). Morì nel 1943 in Biella
7 giugno 2010
Le Dolomiti pratrimonio naturale dell’Umanità Unesco, fra i grandi gruppi montuosi il sesto in dimensioni è rappresentato dal gruppo delle Puez-Odle conosciuto in tedesco come Puez Geisler o in ladino Poez Odles, sono tre infatti le lingue parlate in quest’area. Le Puez Odle sono racchiuse all’interno dell’omonimo parco regionale a tutela della particolare natura e conservazione del luogo. Molti sono i sentieri segnati che portano nel cuore di questo gruppo di montagne; dalla Val Gardena a sud su può salire al Col de Puez (2.725m) e seguire all’interno del vasto altopiano roccioso e carsico contornato da splendidi pascoli, pozze e il lago Crespeina. La Gardenazza è un paesaggio lunare, da qui possiamo osservare la tipicità dolomitica della zona con vista sul monte Sassonger (2.665m) il Grande Piz da Cir (2.592m). Più a ovest del Puez troviamo le Odle, qui il paesaggio cambia rapidamente e dagli altopiani passiamo alle guglie ripide, gli aghi, (aghi appunto è la traduzione di Odles). Il colore chiaro e brillante delle cime nelle giornate estive è accecante, si ergono da lunghi ghiaioni che sovrastano verdi pascoli coperti anche di mughi e pini cembri. Le cime delle Odle sembrano scolpinte da uno scultore, impossibile non fermarsi in uno dei colli (come la Forcella Mesdi) e attendere il rosso tramonto (l’enrosadira). A est delle Odle troviamo il Sass Rigais (3.025m) la Furchett (3.025m) importanti elevazioni meta ambita da molti scalatori che si divertono a progredire sulla strapiombante roccia dolomitica (Dolomia dello Sciliar). Più a Nord troviamo il Sass da Putia, scogliera isolata che sfida le leggi di gratità stagliandosi verso il cielo, una delle tante formazioni visibili in questo parco che si è formato dal Permiano e include tutte le successioni stratigrafiche che hanno generato le dolomiti durante l’orogenesi alpina. La storia geologica delle Puez-Odle è interessante anche per gli importanti “resti” dei ghiacciai e per i depositivi di ammoniti e conchiglie bivalve nella zona a ovest in Seceda e nella zona di Puez con gli echinodermi. A questo punto non rimane che invitarvi a visitare questo angolo di Dolomiti nella speranza che vi passerete molti giorni sui sentieri e comodi rifugi.
Itinerari consigliati
- 1: Malga Zannes (1.680 m) – Malga Gampen (2.062 m) – Rifugio Genova (2.297 m) – Passo Poma (2.340 m) – Cresta di Juac (2.421 m) – Malga Medalges in alta Val di Funes (2.293 m) – Ciancenon (1.928 m) – Malga Zannes (1.680 m)
- 2: Longiarù in Val Badia (1.398 m) – Passo Poma (2.340 m) – Rifugio Genova (2.297 m) – Passo Göma (2.111 m) – Longiarù in Val Badia (1.398 m)
- 3: Selva Gardena (1.569 m) – Passo Gardena (2.300 m) – Passo Cir (2.469 m) – Passo di Crespeina (2.528 m) – Forcella del Ciampac (2.366 m) – Rifugio Puez (2.475 m) – Vallunga – Selva Gardena (1.569 m)
- 4: Ortisei (1.236 m) – con la funivia fino a monte del Seceda (2.456 m) – Seceda (2.510 m) – Alpe di Cisles – Rifugio Firenze (2.037 m) – Col Raiser (2.125 m) – Baita Gamsblut (1.952) – San Giacomo (1.566 m) – Ortisei (1.236 m)
Sentiero Natura
http://www.provincia.bz.it/natura/2803/downloads/Uebersichtskarte_Naturerlebnisweg_Zans.pdf
Le Odle il 19 e 20 Giugno 2010 saranno teatro di uno dei miei corsi fotografici – “Trekking Fotografici” per info ecco il link
http://www.photofarm.it/wp/?p=755
Buone escursioni.
19 marzo 2010
 Un fotografo al Monte Barro, meta del prossimo Photoday di macrofotografia
Siamo a un passo da Lecco, una città contornata da splendide montagne, molto famose per chi ama le Alpi. Una di queste custodisce la storia glaciale e botanica della zona: il monte Barro.
Possiamo effettuare una gita anche in mezza giornata, ma per apprezzare i percorsi naturalistici del parco, osservare l’incredibile varietà di flora e i panorami che si godono dalla vetta, consiglio di restare un giorno intero.
Il percorso parte poco sopra l’abitato di Galbiate. La segnalazione “stazione ornitologica” indica l’inizio del sentiero vicino al parcheggio raggiungibile dopo pochi tornanti.L’altitudine del Barro è di 922m ma la flora che troviamo nei boschi e nei prati è molto particolare, più di ogni altro posto.
Qui trovano l’habitat ideale specie che in altre zone crescono a quote più elevate, segno che il monte Barro, durante le glaciazioni, era rimasto come un’isola fra i ghiacci ed è proprio in questo periodo che è stato colonizzato dalla flora alpina.Nella nostra escursione nel bosco incontreremo, ad inizio stagione, le primule, il dente di cane, la viola, la rosa di Natale, tutti fiori facilmente individuabili e frequenti in questa zona.Proseguiamo lungo il sentiero, sempre ben segnalato per la vetta, che ci porta in cresta sotto la cima del Barro, una zona molto assolata che a primavera inoltrata si trasforma in un prato profumato e fiorito di gigli e orchidee. Vale la pena fermarsi ed osservare, oltre al paesaggio, i prati per cercare le incredibili varietà floreali. Solo per citare alcuni nomi, si possono trovare l’anemone alpino e il giglio rosso che può essere alto anche 90cm. Fra le orchidee ci sono l’Ophrys apifera e la bianca Cephalanthera ma, requentando più volte il parco in primavera inoltrata, riuscirete a contare oltre 20 specie di orchidee.
Dopo esserci riposati non ci rimane che salire in vetta, dove potremo, spaziare con il nostro sguardo sulle montagne del lecchese, come la Grigna e il Resegone, il lago di Como, ramo di Lecco e gli altri laghi briantei. Ora possiamo scendere ripercorrendo l’itinerario di salita o meglio passando per il centro del parco e la mulattiera che termina al parcheggio. Un’ultima segnalazione, la strada descritta è chiusa al traffico nel periodo estivo e nel giorno di pasquetta, ma il parco ha istituito un servizio di bus navetta molto comodo.
Il monte Barro sarà il prossimo 17 Aprile 2010 luogo del Photoday di macrofotografia organizzato da PhotoFarm, una giornata per imparare le basi e conoscere le tecniche ideali per riprendere la flora.
Informazioni: Ente Parco del Monte Barro - www.parcobarro.it Tel. 0341-54.22.66
Hotel Parco Belvedere *** – Via Belvedere, 50, Pescate (LC) – Tel 0341 283562
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