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Alpinfoto – Mirko Sotgiu fotografo professionista – articoli fotografici e non

21 ottobre 2009

Viaggio nella lapponia finlandese

Pensare a un viaggio in Finlandia alla fine dell’inverno, porta alla mente un’immagine di freddo, neve e solitudine. Non è del tutto vero, le temperature arrivano anche a -40°C di notte ma la natura non è dormiente e nemmeno l’uomo. Le prime giornate “calde”, con temperature superiori agli 0°C, cominciano a sentirsi sulla pelle e non è raro che a fine marzo arrivino le prime piogge.
Qualche anno fa attraversai la Finlandia dal confine russo di Kuusamo fino ad Enontekio in Lapponia passando per i parchi naturali più interessanti, dove potei risalire i tunturi, colline elevate sui bassi altopiani ricchi di foreste e animali.
Kuusamo, una cittadina ad un centinaio di chilometri dalla Carelia in Russia, non dice molto, ma la natura intorno, ricca di laghi foreste, offre molte possibilità di avvistare la fauna. Qui, come in tutte le regioni del Nord Europa, è molto facile avvicinare gli animali e in molti casi non è necessario nascondersi in capanni o studiare difficili metodi di appostamento. Picchi, merli, ghiandaie, ma anche rapaci come l’aquila o ulule e allocchi sono avvistabili soprattutto avvicinandosi al confine russo, ma bisogna avere molta pazienza. Durante la mia permanenza, grazie ai numerosi capanni, gli avvistamenti non mancarono.
Dai tunturi di Kuusamo passai poi al Pyha Luosto National park, dove una stretta valle mi portò a meravigliose cascate ghiacciate fino a risalire in un ambiente che, nonostante si trovasse a soli 400m sul livello del mare, offriva panorami d’alta quota. Anche il freddo e il vento sono un ricordo ben fisso in mente, il clima  artico, nonostante questo  i finlandesi amano comunque frequentare queste zone e si radunano in rifugi e nelle tipiche tettoie, dove si ristorano e scaldano davanti ad un fuoco.
Infine più a nord, verso Enontekio, mi trasferii al Yllas-Pallas National Park, una catena di tunturi molto elevati. Nel corso del mio viaggio l’altitudine media della foresta si era notevolmente abbassata: se a Kuusamo l’altezza della vegetazione d’alto fusto arrivava a 300m a Pallas non superava i 200m, lasciando spazio solo alle forme sinuose delle cime delle colline completamente innevate di un manto leggero di neve sferzato dalle correnti fredde.
Il clima di fine stagione è molto mutevole e la temperatura cambia rapidamente fra giorno e notte. Di giorno in giorno si nota il mutare della stagione, tanto che i laghi ghiacciati presentavano i primi segni del disgelo.
Da li a poco nel periodo primaverile molte zone piane di foresta sarebbero diventate delle paludi impenetrabili. Bisogna tenere presente questi cambiamenti, soprattutto per chi come noi viaggia sugli sci e sfrutta, come i locali, i laghi gelati per risparmiare strada. I segnali tipici in legno indicavano facilmente il percorso di 60Km da Hetta a Pallas lungo gli avvallamenti e le vette degli alti tunturi. Bivacchi e piccoli rifugi garantiscono buoni ripari in compagnia degli altri viaggiatori, di norma lapponi o finlandesi, uno scambio culturale molto interessante per chi proviene da Paesi mediterranei come l’Italia. Rimasi e son tutt’ora stregato da questi luoghi, le genti, la natura, un consiglio almeno una volta nella vita se non soffrite il freddo organizzate un viaggio nella lapponia finlandese.

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9 ottobre 2009

Zlatorog, il camoscio dalle corna d’oro

Questo racconto é nato nel cuore delle Alpi Giulie. Parla dei giardini meravigliosi della vallata dei laghi di Triglav ma é impossibile situarlo nel tempo. E cosi é eterno! Trasmette un messaggio inquietante descrivendo le consequenze nefaste che può avere l’azione dell’uomo sulla natura quando quest’ultimo oltrepassa le frontiere della ragione, sconvolge senza alcuno scrupolo l’equilibrio naturale e raccoglie i frutti indifesi a suo unico scopo personale. Come punizione esso deve morire, le altre cose della natura si rimettono lentamente e continuano a vivere.

La vallata dei laghi e la vasta pianura dell’alta montagna di Komna erano una volta dei paradisi alpini. Delle donne bianche l’abitavano, degli esseri dolci e buoni. Esse apparivano anche nella vallata, aiutando le genti nella miseria e le donne nel parto. Il bambino che veniva al mondo in loro presenza, restava sotto la loro protezione per tutta la vita. Esse non desideravano essere ringraziate per le loro buone azioni. Se, per errore o per arroganza, qualcuno si avvicinava al loro territorio, frane di pietre e di neve, temporali e grandine l’obbligavano ben presto a ritornare nella vallata. Le loro greggi passavano attraverso le montagne sotto il controllo di un grande stambecco bianco dalle corna d’oro – Zlatorog. Le sue corna erano la chiave per arrivare ad un immenso tesoro nascosto. Un giovane cacciatore della vallata di Trenta crebbe sotto la protezione delle donne bianche. Poteva salire nelle più alte cime senza avere timore di niente. Un giorno, portò un mazzo di fiori di montagna ad una giovane molto bella della vallata e conquistò il suo amore. Ma un altro giorno, un ricco mercante veneziano domandò la giovane in sposa, le offri dei gioielli in oro e dichiarò che, se il giovane cacciatore l’amava veramente, avrebbe dovuto portargli il tesoro di Zlatorog. La giovane donna da quel momento non si occupò più del giovane cacciatore. Disperato e offeso, si mise in cammino la notte stessa per trovare Zlatorog. All’alba, lo vide in cima ad una roccia, gli sparò ma dimenticando le forze magiche di Zlatorog. Dei fiori miracolosi del Triglav spuntarono dal sangue dell’animale colpito a morte. Zlatorog, morendo, ne mangiò uno che gli diede nello stesso istante una grande forza vitale. Si precipitò verso il cacciatore che, spaventato e accecato dallo splendore delle corna d’oro, cadde in un burrone. Il fiume Soča riportò il suo corpo nella vallata.
Nelle sue mani teneva un mazzo di fiori del Triglav. Nella sua santa collera, Zlatorog distrusse il suo paradiso montagnoso e sparì per sempre. Anche le donne bianche partirono con lui. Il suo tesoro é rimasto nacosto sotto le montagne di Triglav. Il fiore miracoloso, la tutt’ora d’estate tinge di rosso pallido la montagna ed è un simbolo delle Alpi Giulie.

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2 ottobre 2009

La vita nella foresta

Inestimabile patrimonio naturale e risorsa economica fondamentale, la foresta è stata per lungo tempo sfruttata senza regole come fosse una riserva inesauribile. Oggi la sua conservazione e l’incremento della biodiversità sono i criteri che guidano l’azione di sensibilizzazione per un utilizzo più consapevole. Nelle immagini della fine dell’ottocento i boschi in molte zone montane erano quasi assenti, poiché il legname era largamente usato come combustibile e come materiale da costruzione.
Per porre rimedio alla preoccupante diminuzione del legno, venne formulato il principio della “persistenza”, ovvero la possibilità di prelevare il legname non doveva pregiudicare la produttività e l’incremento del bosco per le generazioni future. Questo principio viene attuato ancora oggi, grazie al personale del servizio forestale, nelle aree di uso comune e demaniali. Anche le aree private vengono controllate, infatti i proprietari sono tenuti, durante le sessioni di taglio, ad abbattere solo i tronchi segnati con la “martellata” dal corpo forestale.

Capolista delle aree boschive gestite è la foresta demaniale di Paneveggio. Qui l’ecosistema forestale è in perfetto equilibrio nonostante si producano 100 mila metri cubi di legname l’anno, un caso unico in Italia. Nella stessa area sono state istituite alcune riserve integrali, aree in cui il bosco non viene in alcun modo modificato e anche gli alberi caduti vengono lasciati dove sono. Grazie a questi interventi e all’istituzione di aree protette, come le riserve integrali e i parchi regionali e nazionali, l’estensione del patrimonio forestale italiano è andata aumentando. Ciò nonostante le zone di bosco vergine si trovano oramai solo in luoghi inaccessibili, come su cenge o ripidi pendii, ed esistono ancora parecchi casi di deforestazione selvaggia sia per la produzione di legname che per la costruzione. Inoltre, nelle aree montane a causa dell’incremento delle strutture turistiche, quali impianti sciistici e strade, i boschi hanno subito gravi ferite.

Spesso le persone dimenticano che una foresta ben conservata non è utile solo all’uomo, ma è un ambiente dove molteplici animali si rifugiano e diversi organismi, come muschi, licheni e muffe, trovano le condizioni ideali per svilupparsi. Tutte le forme di vita del bosco costituiscono anelli di una catena chiamata ecosistema boschivo, nel quale ognuno ha un ruolo fondamentale e contribuisce al mantenimento di un delicato equilibrio tra produzione di materia organica e decomposizione essenze arboree prevalenti influenzano l’aspetto del sottobosco e il tipo di vegetazione che vi cresce. L’effetto acidificante degli aghi fa si che crescano nelle abetaie le specie ossifile come l’uva ursina, il mirtillo e l’acetosella. Nei boschi di latifoglie ogni autunno si depositano migliaia di foglie che diventano nutrimento per funghi, insetti e microrganismi che le trasformano in fertile humus.

E’ proprio su questo tipo di terreno che a primavera fiorisce nelle faggete l’anemone epatica, sfruttando la luce che riesce a filtrare tra i rami.Le varie specie vegetali che possiamo trovare nel sottobosco dipendono anche dalla tipologia del terreno: acido, alcalino, bagnato o siccitoso. Il microcosmo dei licheni, dei muschi e dei funghi, occupa le zone umide e ombrose. In particolare i muschi fungono da spugne che trattengono l’acqua e le impediscono di defluire rapidamente, mantenendo più a lungo l’umidità nel suolo. In questo strato del bosco ha inizio la decomposizione del materiale organico, grazie agli organismi decompositori come le larve e i silfidi, che divorano i resti animali e vegetali. A questi si aggiungono i funghi e i batteri che ultimano il loro lavoro scomponendo la biomassa in sostanza chimiche inorganiche, essenziali per il nutrimento del bosco stesso. Senza la loro fondamentale attività il bosco in poco tempo soffocherebbe nei suoi rifiuti.Ma non è solo l’uomo ad abbattere gli alberi, anche degli insetti possono danneggiare il bosco, come la processionaria, che defolia i pini, e il bostrico (Ips typographus) che è in grado di distruggere intere piante, scavando intricate gallerie sotto corteccia proprio dove passano i vasi linfatici.

Per fortuna il bosco si autoregola, infatti ci sono uccelli a servizio degli alberi come picchi, cincie, fringuelli, che si nutrono di queste larve e insetti dannosi. Il bosco si mantiene in vita, oltre che con l’acqua e le sostanze nutritive del terreno, grazie alla luce.Il processo di fotosintesi si attiva grazie alla presenza della clorofilla che cattura attraverso le foglie l’energia dal sole, trasformando anidride carbonica e acqua in composti organici. Non c’è da stupirsi quindi se un albero può arrivare a sviluppare oltre 1000 metri quadrati di superficie fogliare. Questo processo fa si che la foresta sia al vertice della catena alimentare, e fa si che sopravvivano tutti gli altri organismi della nostra Terra.

Grazie alla fotosintesi clorofilliana un’area di un ettaro di bosco arriva a produrre ventidue tonnellate di ossigeno l’anno fissandone la metà di anidride carbonica, principale responsabile dell’effetto serra. Un ettaro di bosco utilizza l’anidride carbonica prodotta da otto automobili in un anno. Ma non solo, un albero è in grado di assorbire molti altri residui prodotti dall’uomo, come l’anidride solforosa dei gas di scarico dei mezzi a motore. In questi anni gli studiosi del CNR e del Centro di ecologia alpina hanno proposto, seguendo l’applicazione del protocollo di Kyoto, la determinazione del valore economico del bosco come “polmone d’aria”. In un futuro prossimo un’azienda potrà rilevare foreste e pascoli, in modo da detrarre dalle tasse (la carbon tax) un valore proporzionale all’anidride carbonica assorbita dai propri boschi.
Gli alberi sono quindi un vero toccasana per l’uomo, e la migliore soluzione per ammirare e godere dei boschi è camminare lungo i numerosi itinerari dei parchi forestali. La stagione migliore è la primavera, da marzo a giugno a seconda dell’altitudine, per il verde intenso delle nuove foglie ma soprattutto per i fiori. Per chi apprezza la fotografia, invece, l’autunno offre scenari impareggiabili; nelle zone alpine a settembre è anche possibile vedere e udire il cervo in amore, impegnato nei sui bramiti.

A ottobre i colori caldi delle chiome degli alberi come il faggio e gli aghi giallo chiaro del larice contrastano con i sempreverdi abeti, creando un gioco di chiazze chiaro-scure lungo i pendii che sovrastano le vallate.Ogni mese dell’anno comunque ha le sue particolarità, e anche lo stesso posto visitato in stagioni diverse può apparire completamente mutato.

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1 ottobre 2009

Piccola Yosemite – La Val di Mello

Badile e Cengalo

Badile e Cengalo

Val Qualido

Val Qualido

Perla delle Alpi Retiche, così viene anche chiamata la Val di Mello, una meravigliosa valle laterale della Valtellina. L’inconfondibile forma del Badile, del Cengalo e le cime della Bondasca sono le vette principali che la separano dalla Val Masino. Non ci sono strade e il tempo qui si è fermato, il turismo di massa è lontano da questo incantevole luogo. Per le sue alte placche di granito viene anche nominata “Piccola Yosemite”, conosciuta in tutto il mondo per le fantastiche vie di arrampicata d’aderenza. La valle, non solo è circondata da imponenti pareti, ma è arricchita da innumerevoli massi erratici, utilizzati dai boulders che percorrono anche migliaia di chilometri pur di esser presenti alla manifestazione annuale “Melloblocco”.
Il trekking o l’arrampicata sono il pretesto per viaggiare in questa valle e apprezzarne la natura intatta, anche se in questi ultimi anni sono sempre più incalzanti le richieste per loi sfruttamento idrico dei suoi torrenti.
I valligiani e tutti coloro che frequentano questi luoghi si sono uniti e stanno ponendo forti pressioni perchè la Val di Mello rimanga come oggi la conosciamo. In autunno la valle dà il meglio di se stessa con i boschi di larici che si tingono di giallo facendo da sfondo alle limpide acque del fiume Mello. Chi si inoltra per la prima volta in questa valle si accorgerà subito del rumore di fondo che pervade in ogni luogo; sono le numerose cascate tra le quali una delle più belle è quella del Ferro.
Ed è proprio sul ghiaccio di queste cascate che in inverno si cimentano gli arrampicatori nell’attesa che la roccia torni a farla da padrone.

La valle è accessibile solo a piedi partendo da San Martino in Val Masino.
Una comoda strada che diviene poi sentiero percorre la valle portando ai vari villaggi e rifugi. In alta quota sono presenti molti itinerari sia escursionistici che alpinistici che si appoggiano al rifugio Allevi-Bonacossa, ma è possibile pernottare anche nel bivacco Molteni-Valsecchi. Entrambi i punti di appoggio sono attraversati dal Sentiero Roma che arriva dalla Val Masino collegandola con i rifugi Omio e Gianetti. La quota di partenza degli itinerari è 1000 metri e si può arrivare fino ai 2600 m e oltre svalicandoi passi che portano in Svizzera.
Il fondovalle della Val di Mello è praticabile tutto l’anno, anche in inverno con le ciaspole. Si lascia l’auto al parcheggio in località Ca dei Ronchi, raggiungibile dall’abitato di S.Martino seguendo le indicazioni per la val di Mello (in inverno i cartelli sono poco visibili, bisogna quindi fare attenzione e svoltare a destra a S. Martino).

Cascata del Ferro

Cascata del Ferro

La val di Mello si presenta verde, tranquilla ed è difficile non notare la balconata granitica della valle del Ferro e la sua splendida cascata.
Percorrendo la mulattiera del fondovalle si nota sulla sinistra la val Qualido, forse la meno frequentata della zona perchè senza rifugi e bivacchi. Vale comunque la pena risalirla, specie per la vista sulla stapiombante parete che rappresenta la massima espressione della verticalità delle montagne di Val di Mello. Proseguendo la camminata, dopo aver attraversato un ponte, si passa dalla Ca di Carna e più avanti si raggiunge l’agriturismo “Alpe Val di Mello”. Andando oltre si trova il rifugio Luna Nascente dove è possibile pernottare o semplicemente riposarsi. Dal parcheggio occorrono 40 minuti per raggiungere il rifugio, l’itinerario è per tutti e si svolge su comodo sentiero.

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